Contrariamente alla disinformazione e al panico che si stanno diffondendo tra gli agricoltori, l’accordo con i Paesi del Mercosur non rappresenta una capitolazione dell’Europa, poiché i rigidi standard di qualità dell’Unione europea e lo scudo della Politica agricola comune continuano a impedire importazioni incontrollate di carne.
Nelle campagne e nelle cittadine agricole europee cresce l’inquietudine, che si sta lentamente trasformando in rabbia nei confronti dell’intera Unione Europea. Il tema dell’accordo commerciale con i Paesi del Mercosur torna con forza, portando con sé un’ondata di preoccupazioni e, non di rado, anche di disinformazione.
Tra i produttori agricoli si diffonde la narrazione di una presunta “apertura delle frontiere”, attraverso la quale in Europa si riverserebbe un fiume incontrollato di carne bovina e di pollame a basso costo proveniente dal Sud America. Si sentono affermazioni secondo cui i meccanismi di salvaguardia dell’Unione sarebbero soltanto norme arbitrarie e prive di efficacia e che la Politica agricola comune (PAC) avrebbe smesso di proteggere i propri cittadini.
Lo scontro tra questi timori e i dati concreti del mercato, insieme al funzionamento delle istituzioni di Bruxelles, restituisce tuttavia un quadro molto diverso. Il sistema dell’Unione presenta certamente dei difetti, ma non si può parlare di uno smantellamento delle tutele per l’agricoltura europea.
Il mito delle “frontiere aperte”
L’accusa più diffusa nei confronti dell’accordo con i Paesi sudamericani è che esso comporti la completa eliminazione delle barriere e una resa incondizionata agli standard sanitari europei. Si tratta di un equivoco fondamentale, che alimenta efficacemente un panico ingiustificato tra gli agricoltori europei. Jerzy Plewa, ex direttore generale della Commissione europea responsabile per l’agricoltura ed esperto dei mercati dell’Unione, sottolinea che i racconti di un’Europa indifesa sono pura finzione.
Come osserva l’esperto, l’espressione “apertura delle frontiere” è estremamente imprecisa quando si parla dell’accordo tra Unione europea e Mercosur. L’intesa non elimina infatti né i controlli alle frontiere né, tantomeno, gli standard europei di sicurezza alimentare. Il suo meccanismo consiste nella riduzione reciproca dei dazi per quantità di prodotti rigorosamente determinate; nel linguaggio commerciale si parla quindi di liberalizzazione controllata, non di una liberalizzazione senza regole.
“Nel caso dell’accordo con il Mercosur non si può parlare di un’apertura incontrollata delle frontiere. Si tratta di una liberalizzazione controllata degli scambi, ovvero di una riduzione delle aliquote doganali, mentre per i prodotti sensibili si applicano contingenti”, spiega l’esperto, aggiungendo una valutazione sul dibattito politico che circonda l’accordo commerciale. “Naturalmente, su questa questione ci sono moltissime emozioni, politica e populismo. Gli agricoltori non sono adeguatamente informati e il dibattito si basa soprattutto sulla paura anziché sulla spiegazione dei meccanismi”.
In pratica, ciò significa che Bruxelles non elimina i controlli alle frontiere, ma facilita gli scambi per una quantità determinata e limitata di merci. Ogni prodotto che attraversa la frontiera dell’Unione deve rispettare gli stessi rigorosi standard qualitativi, indipendentemente dal fatto che provenga dall’Ucraina, dal Brasile o da qualsiasi altro Paese terzo.
Il test brasiliano, ossia come funzionano i controlli dell’Unione europea
Molti agricoltori pongono una domanda logica: come è possibile controllare fisicamente ogni partita di prodotti alimentari in ingresso? I meccanismi dell’Unione non consistono nell’ispezione manuale di ogni singolo pallet, cosa che paralizzerebbe il commercio globale, ma in un sistema di controlli articolato su tre livelli. Il sistema si basa sulla valutazione del rischio, sulla storia delle violazioni e sul prelievo mirato di campioni.
Il primo livello di protezione consiste nell’autorizzazione preventiva del Paese e dello stabilimento all’esportazione. Il secondo opera direttamente alla frontiera, dove, oltre alla verifica dei documenti, vengono effettuati controlli fisici e di laboratorio sulle partite selezionate. Il terzo livello riguarda i controlli sul mercato interno e il sistema di allerta rapido RASFF, che consente di bloccare immediatamente la distribuzione di un prodotto in tutta l’Unione.
L’efficacia di questo sistema di sorveglianza mirata è confermata dalle statistiche. I dati dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) relativi al 2024 mostrano che, mentre nei programmi nazionali ordinari di controllo dei pesticidi il tasso di non conformità era dell’1,8%, nell’ambito dei controlli sulle importazioni rafforzati e mirati effettuati alle frontiere sono state individuate partite non conformi nel 3,6% dei casi.
Ciò significa che i sistemi di controllo dell’Unione europea concentrano la loro attenzione proprio sui settori in cui il rischio di violazioni è maggiore, bloccando le merci pericolose prima che raggiungano il mercato.
La dimostrazione più evidente del fatto che le regole dell’Unione non cedano di fronte ai grandi interessi economici è rappresentata dalla situazione verificatasi all’inizio di settembre di quest’anno, che ha scosso il mercato agricolo mondiale. In quell’occasione l’Unione europea ha effettivamente sospeso le nuove forniture di importanti prodotti di origine animale provenienti dal Brasile, tra cui carne bovina, pollame e miele.
La decisione non è stata il risultato di un’improvvisa clausola per proteggere i prezzi, ma dell’applicazione rigorosa della normativa europea sui medicinali veterinari. Bruxelles ha ritenuto che il Brasile non avesse fornito garanzie sistemiche sufficienti a dimostrare che gli allevatori locali non utilizzassero antibiotici come promotori della crescita e non impiegassero medicinali riservati esclusivamente alla cura degli esseri umani.
Come sottolinea Jerzy Plewa, questa decisione rappresenta la prova che le preferenze commerciali non garantiscono in alcun modo un diritto automatico di accesso al mercato dell’Unione europea. “È stata applicata una misura preventiva a tutela dei consumatori. Nel modello europeo, spetta al Paese esportatore dimostrare di rispettare gli standard rigorosi. Finché il Brasile non supererà positivamente gli audit nei singoli settori, l’accesso al mercato europeo rimarrà precluso”.
I requisiti sanitari e di sicurezza prevalgono quindi in modo assoluto su qualsiasi preferenza commerciale e il sistema ha dimostrato di poter escludere dal mercato anche un grande operatore che, nel solo 2025, ha esportato in Europa oltre 100.000 tonnellate di carne bovina.
Contingenti, clausole di salvaguardia e opportunità non sfruttate
Le cifre relative all’accordo Mercosur vengono spesso presentate in modo allarmistico, mentre i volumi interessati sono relativamente ridotti rispetto alla produzione dell’UE. L’accordo per 99.000 tonnellate di carne bovina o 180.000 tonnellate di pollame con dazi ridotti o azzerati corrisponde infatti ad appena l’1,3-1,5% della produzione europea complessiva nei rispettivi settori, sebbene rappresenti una quantità significativa rispetto ai volumi del commercio dell’Unione.
Un aspetto particolarmente importante è che il contingente non costituisce automaticamente un volume di importazioni garantito. Se un Paese è soggetto a un divieto sanitario, come nel caso attuale del Brasile, i suoi esportatori non possono usufruire di questi contingenti preferenziali.
“Nel caso delle importazioni dal Brasile o dai Paesi del Mercosur, ciò che conta maggiormente per la Polonia sono i contingenti. Sono sottoposti a controlli molto precisi e vengono rilasciate licenze, quindi non è possibile superarli. Inoltre, nella fase finale dei negoziati sull’accordo, nel 2025, sono state introdotte specifiche clausole di salvaguardia”, spiega Jerzy Plewa.
Ciò non significa, tuttavia, che le preoccupazioni degli agricoltori siano del tutto infondate. È sbagliato sostenere che gli alimenti importati siano velenosi o intrinsecamente pericolosi. Il vero problema è l’asimmetria dei costi di produzione. Come osserva Jerzy Plewa, è necessario distinguere chiaramente tra la sicurezza del prodotto in sé e l’equità delle condizioni di concorrenza sul mercato.
La carne bovina o il pollame importati possono rispettare gli elevati standard relativi ai residui di pesticidi al momento dell’ingresso in Europa, ma allo stesso tempo essere prodotti in Paesi in cui gli allevatori devono sostenere costi normativi inferiori, legati, per esempio, a requisiti meno onerosi in materia di benessere animale o di politiche climatiche.
Per la Polonia, che rappresenta il 21,9% della produzione di pollame dell’Unione e quasi il 10% di quella bovina, ciò comporta un rischio significativo sul fronte dei prezzi. La pressione competitiva è reale e una materia prima più economica destinata alla ristorazione e all’industria di trasformazione può effettivamente incidere sulla redditività delle aziende agricole nazionali.
L’esperto sottolinea tuttavia anche una sorta di miopia economica che porta a considerare il commercio esclusivamente in termini di perdite. Anziché lasciarsi condizionare dai miti del mercato, vale la pena ricordare il clima di allarme che aveva preceduto l’entrata in vigore dell’accordo CETA con il Canada. Invece dell’ondata di colza a basso costo che avrebbe dovuto distruggere le coltivazioni polacche, si è registrato un forte aumento, pari a quasi il 40%, delle esportazioni alimentari polacche verso il mercato nordamericano.
“In Polonia il principale mito consiste nel guardare esclusivamente alle minacce e non alle opportunità. Il miglior esempio è l’accordo con il Giappone, un mercato molto particolare e fortemente protetto. Dopo la sua conclusione, le esportazioni agroalimentari dell’Unione Europea, compresa la Polonia, sono semplicemente esplose”, sostiene, in conclusione, Plewa.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su Focus Europe Poland disponibile qui.

